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Alla ricerca del tempo perduto

frammenti di poesia - parole al vento - divertissements

doZe

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Autostrada al neon

La fuga del cielo termina al mio orizzonte, un profluvio di nuvole con sfumature di tristezza. E’ un cielo terso, smaltato, e si vedono alla perfezione le prime luci che salveranno anche questa notte dall’oscurità. Stelle, ancora niente.

Non è una tristezza assillante. È una tristezza che si riverbera, che splende come il cobalto di un lungo tramonto estivo o come le frange di un arcobaleno, e la osservo senza fermarmi a soppesarla così come guardo il lento incedere del sole che va nascondendosi nel mare.

Una lunga autostrada al neon. Nottetempo, un delicato gracchiare della radio, un’autostrada che corre senza fine nel suo sentiero di luci elettriche arancioni e bianche. Il finestrino quasi tutto aperto per far entrare l’aria estiva, quell’inconfondibile aria estiva con sentori di erba bagnata, mare, corse a perdifiato e notti insonni per le città svuotate.

Vado piano ma sembra di correre ad una velocità incalcolabile, e più rallento più tutto sfreccia via ai miei lati, talmente veloce che se volgo la sguardo allo specchietto retrovisore vedo soltanto alberi scossi dal vento e fari che occhieggiano nella notte. Non c’è nessuno avanti a me ma supero tutto, rallento sin quasi a fermarmi ma i fari restano lì dietro, distanti e ammiccanti come se volessero vegliarmi, scortarmi nel viaggio senza meta.

Dai vecchi altoparlanti esce una musica venuta da un altro mondo. Tento di alzare il volume ma i comandi non rispondono. La musica procede a modo suo. Sembra di essere in un sogno.

Comincio ad aver paura. Paura che la musica finisca, che la strada finisca, che le luci della notte si spengano tutte. Ho paura del black-out cosmico, che tutto, ma proprio tutto, in fondo non significhi nulla. Comincio a correre ma non riesco a raggiungere niente, accanto a me sfrecciano avanti senza rumore le macchine, la mia stessa vita le segue con la stessa velocità. Continuo ad accelerare ma l’aria è immota, la melodia che esce dai vecchi altoparlanti si fa sempre più flebile, più corro e più il silenzio mi circonda fin quando non è il nulla, niente musica niente rumori niente luci arancioni e bianche.

Non so dove mi trovo, deve essere un sogno oppure sono morto oppure sono l’ultimo uomo sulla Terra. Attorno a me è il buio più fitto, da cui si stagliano solo i contorni un po’ meno scuri di montagne sonnacchiose. È strano a dirsi ma la tristezza è sparita. Sono mitridatizzato, avverto il mio essere sospeso. Lentamente alzo lo sguardo, le stelle son tutte lì a far festa.

 

Finale alternativo:

Stò cazzo di Asse Mediano. La prossima volta me ne vado per fuori.

La ragazza col cappello

La volta che mi innamorai sul serio fu quando lei, la ragazza col cappello, si sfilò le scarpe nel mezzo della folla vociante. Camminava con piglio sicuro e imperturbabile, da cui si intuiva una superiorità sul senso comune dell’uomo, la certezza di rifuggire la banalità sottostante al quotidiano. Le scarpe, quelle, basse e di color violetto, se le tolse non so per quale motivo. Forse per l’unico motivo al mondo per il quale ce le si può togliere, per il sollievo dei propri piedi. Ma io intuii dal modo in cui le accostò al muretto, scegliendo lo spazicino pulito e all’ombra, allineandole al muretto accosto alla panchina, che non era solo per quello. Era un liberare una parte dell’anima, oltre che del corpo, e quei piccoli piedi scalzi simboleggiavano con violenza il rifiuto dell’umanità circostante.

Io in quell’umanità mi ci rivoltavo, come ogni giorno, col mio sassofono che facevo roteare a gran velocità tra pedoni distratti, soffiando qua e là qualche nota carica di allegria e di alcol: di allegria, perché non vedo il motivo per cui essere tristi quando si è all’aria aperta, e di alcol, perché in fondo è sempre meglio premunirsi. Ma se c’è un’altra cosa di cui sono sicuro è che non me ne innamorai sotto l’influsso di quel vino scadente. No, lei era la ragazza scalza e col cappello, ed innamorarsene per una cosa futile come l’alcol sarebbe stato farle un torto. Bastava lei al mio amore, anche se questa cosa non la potrei mai tradurre in note col mio sassofono. Ero si ubriaco, ma quando mi capitò di avvistarla il mondo cessò di girare, le cose divennero un po’ meno sfocate, i colori vividi e netti. Avevo cominciato a bere da quando mia moglie mi buttò fuori casa, e da allora sono migliorato sempre più, riesco a bere quantità di vino che prima mi sembravano irraggiungibili. Ero davvero uno spirito libero, all’epoca. Mi trascinavo un fagotto pieno di libri che poi adagiavo su una bancarella improvvisata. Era il mio secondo modo per guadagnarmi da vivere, ed era anche un modo per passare il tempo. L’uomo sarebbe migliore se capisse l’importanza di leggere Proust e Fitzgerald.

Mi lasciai distrarre da quella visione quando sentii tintinnare i primi spiccioli della giornata.

- Signore. Capo. Il suo resto.

- Prego?

- Il suo resto. Per un euro devo suonarle Coltrane in un assolo mistico. Altrimenti 50 centesimi possono bastare.

Se ne andò disgustato, come quasi tutti. Avrebbero dovuto pretendere di sentirmi suonare, o almeno se io guadagnassi i miei soldi in modo sano guarderei le cose in tal modo. L’unico modo possibile, mi pare. Invece giravano i tacchi di quelle loro scarpe di vernice e se ne andavano. Ma quel giorno non ero in vena di prese di posizione, non in quel giorno di sole e bellezza.

Lei era sempre lì, immobile in una posizione che doveva aver appreso da qualche libro new-age. Non mi sarei stupito se si fosse capovolta e avesse cominciato a salmodiare in qualche lingua esotica, tale era la calma con la quale leggiucchiava il suo libriccino foderato in giallo. Non parlava con nessuno, non si distraeva se non quando le svolazzava accanto una farfalla venuta da chissà quale mondo (solo allo scopo di essere guardata da lei, ne sono sicuro). I capelli erano ghermiti da una strana fascia multicolore, che in un mondo normale sarebbe dovuta terminare all’altezza della nuca, paga del fatto che, in quanto fascia, avesse fatto il suo dovere. Invece no, sembrava che ad un certo punto della sua tangibile fisicità fosse avvenuto un ghiribizzo cosmico, come se un pittore cubista se ne fosse impossessato e questa avesse poi assorbito tutto l’astratto di questo mondo. Fatto sta che la fascia diveniva, inaspettatamente, un cappello fantasmatico che cominciava ad inerpicarsi su per la nuca, appoggiandosi saldamente alle tempie di quella dolce fanciulla profondendosi in quattro o cinque svolazzi di minuscole palline dorate. Dal centro, ma anche dal retro, due pennacchi viola si andavano a congiungere a svariati centimetri di altezza, conferendo all’intero cappello la maestosità di una corona d’altri tempi trasposta in uno stile a metà strada tra l’hippie e il burlesco.

Mi impressionava più che altro il fatto che lei lo portasse come se quell’oggetto appartenesse ad una dimensione altra e incomprensibile. E non capivo come i passanti non se ne accorgessero, non strabuzzassero gli occhi dalla meraviglia come invece facevo io. Mi lanciai in una difficile suite per impressionarla, spesi la mia riserva giornaliera di creatività ma non servì. Continuava a leggere.

Dopo tre ore era ancora lì. Me ne ero quasi dimenticato, e mi  chiesi come mai avessi dedicato tanta attenzione ad un tipo così insolito. A dispetto della mia vita, mi piacciono le persone tranquille, che non diano l’impressione di stramberia come può darla un clown o un politico. Il cappello era ancora lì, ma adesso mi pareva più alto di svariati centimetri. Ero un po’ indietro col vino, e quindi ci diedi dentro. La mia barba era di svariati giorni, puzzavo di acqua di colonia e indossavo un paio di pantaloni rossi. Ero perfetto. Dovevo dare l’impressione di un artista maledetto o giù di lì, questa volta mi avrebbe notato. Rimpiangevo quasi che mia moglie non potesse vedermi, se ne sarebbe pentita quell’arpia di avermi cacciato di casa. Solo perché uno decide che non ne può più del proprio lavoro non vuol dire che merita di essere preso a calci dalla propria moglie. L’onestà non paga mai. Mi avvicinai impettito, lei leggeva assorta, io fumavo con fare gigionesco, era uscito un bel sole. Le chiesi con la mia aria più rassicurante dove avesse comprato quello strano cappello. Mi rispose di non aver mai portato un cappello in vita sua.

Elogio dell'ombra

Solipsismi in chiaroscuro, rimembranze e visioni preconfezionate, stagnanti nell'attesa millenaria. Un anno intero da affrontare, percorsi incerti che si intersecano, sarò mica già passato di qui? gli alberi solitari, le facciate smorte dei palazzi, un'irreale stasi nell'aria di questo mese, tutti in attesa dello scoppio deflagrante per uscire allo scoperto e correre lontano, non importa dove ma il perchè, quello, è fondamentale. I telefoni vibrano, o sono solo le mani che tremano, gli occhi sono lucidi e nell'incertezza se di tedio trattasi o di banale malanno, ci culliamo con tristi, solitarie nenie.
Sarebbe facile, e un pò perverso, se tutto avesse un senso, se ogni aspetto del reale avesse la forma e le dimensioni giuste affinché io possa addentrarvici con tutto il mio essere, comprenderlo e disvelarlo. Ma è lecito sperarlo, attendere l'azimuth, la combinazione astrale in forza della quale sintonizzarmi, stare bene, capire.

...

I taoisti narrano che nel grande principio del Non principio, Spirito e Materia si affrontarono in una lotta mortale. Alla fine l'Imperatore Giallo, il Figlio del Cielo, trionfò su Shuhyung, il demone dell'oscurità e della terra. Il titano agonizzante urtò con la testa il cielo, mandando in frantumi la celeste volta di giada. Le stelle persero i loro nidi, e la luna vagò senza meta nei deserti abissi della notte. In preda alla disperazione, l'Imperatore Giallo cercò ovunque chi sapesse riparare i cieli. Non cercò invano. Dal mare d'Oriente emerse una regina, la divina Niuka, dal capo munito di corna e dalla coda di drago, splendente nella sua armatura di fuoco. Nella sua fucina magica, essa saldò l'arcobaleno dai cinque colori e ricostruì il cielo della Cina. Ma si narra che Niuka scordò di saldare due sottili crepe nel firmamento azzurro. Fu così che ebbe inizio il dualismo dell'amore - due anime che si muovono nello spazio senza mai fermarsi, fino a quando non si uniscono per render compiuto l'universo. Ogni volta ciascuno deve ricostruire il proprio cielo di speranza e di pace.